— Corso sul “Diritto all’oblio digitale” – Slides 2013 —
Category Archives: Privacy
Voi ci mettete l’idea, noi pensiamo alle leggi

OFFICINA START-UP
Voi ci mettete l’idea, noi pensiamo alle leggi
Aprire una Start-Up è complesso. Incubatori, ricerche di fondi tra i venture capitalist, registrazione marchi e brevetti, informative privacy, costituzione società, NDA e analisi delle complesse leggi di settore – sono solo alcune tra le prime attività ad implicazione legale che un giovane startupper si trova ad affrontare.
Soprattutto per quanto riguarda la costituzione dell’azienda, molte sono le novità introdotte con l’approvazione in Parlamento, avvenuta il 13 dicembre 2012, del Decreto Sviluppo bis che ha istituito le c.d ‘START-UP INNOVATIVE‘ che prevedono tutta una serie di agevolazioni fiscali e normative per l’avvio e la gestione dell’impresa (qui una guida sintetica con le prime indicazioni).
Officina Start-Up
Per una start-up, partire con il piede giusto è fondamentale. Grazie alla sua esperienza nel settore dell’innovazione tecnologica lo Studio Legale MPS ti accompagnerà dalla costituzione alla crescita, consentendoti di fondare la tua impresa su basi solide. Per info e preventivi: marco.giacomello@mpslaw.it
3° Congresso nazionale SIT – Società Italiana Telemedicina e sanità elettronica

I computer sono incredibilmente veloci, accurati e stupidi.
Gli uomini sono incredibilmente lenti, inaccurati e intelligenti.
Insieme sono una potenza che supera l’immaginazione.
(Albert Einstein)
Nell’ambito di EXPOSANITA’ – in questi giorni si terrà il 3° Congresso nazionale SIT – Società Italiana Telemedicina e sanità elettronica: “La Medicina e la Chirurgia Telematica tra Istituzioni, Operatori e Cittadini”.
In particolare – domani pomeriggio dalle ore 14 alle ore 18 – parteciperò alla IV sessione, titolata “Sicurezza e Privacy nel trattamento elettronico dei dati: profili informatici, bioetici e giuridici”.
Tanti i temi di grande interesse e attualità:
- Sette anni di protezione dati in Italia;
- Regolamentazione dello scambio di dati fra attori del SSN: ruolo del Ministero della Salute;
- Sanità elettronica e privacy, un cammino ‘faticosamente’ parallelo;
- Spunti di buone prassi giuridiche per la progettazione e realizzazione di un sistema di telemedicina;
- Siti web dedicati alla salute: profili etici e giuridici connessi alla diffusione dei dati;
- Flussi informativi, certificati medici e ricette online: quale sicurezza
nell’invio telematico di dati sanitari e sensibil?
- Digitalizzazione dei documenti sanitari e cartella elettronica: Responsabili privacy e Responsabili della conservazione digitale a confronto per la corretta gestione dei processi;
- Le sottoscrizioni digitali per gli operatori sanitari; norme, tecnologie e un
po’ di usabilità;
- Sistemi informativi sanitari e clinici avanzati;
- Il problema della sicurezza informatica e dell’identificazione certa degli accessi ai dati in telemedicina;
- La valutazione dell’impatto privacy nei sistemi di telemedicina alla luce delle
nuove direttive UE sulla data protection;
- Ricadute medico-legali in termini di responsabilità professionale;
- Le linee guida alla luce dello sviluppo della telemedicina;
- Il diritto alla tutela della salute: così giovane e così problematico;
- Sicurezza e Privacy: fattori abilitanti o impedimenti per la realizzazione di infrastrutture tecnologiche avanzate di ehealth?;
- La tutela normativa del dato genetico.
Registrazioni direttamente qui.
Nell’acquario di Facebook
[l'immagine ci stava davvero tanto bene..e viene da questo video: How Facebook became the world's biggest social network ]
“Ho iniziato a fare un acquario. È diventato sempre più grande. Finché sono arrivato a fare un acquario di acqua salata. A quel punto di mi sono fermato e ho pensato: O me ne vado di qui o entro nell’Acquario“
Malcolm
”put a straight lick with a crooked stick“
detto giamaicano
Nuovo, imperdibile libro del gruppo di ricerca IPPOLITA (si può leggere gratis in rete, ma è meglio se ve lo accccccattate):
[Agorà Digitale] Nuovo sistema di censura per Twitter. Intervista a Marco Giacomello.

Twitter ha annunciato un nuovo sistema di censura di contenuti. In Rete si è acceso un dibattito tra chi contesta la decisione del colosso americano e chi lo difende. Dopo aver intervistato Stefano Quintarelli esperto di nuove tecnologie e direttore dell’Area Digital del Gruppo 24 Ore, sentiamo ora il parere di Marco Giacomello, esperto del Team Legale – Area Digital Copyright di Agorà Digitale.
Cosa cambia con le nuove regole di cui Twitter si doterà? Molti dicono che Twitter già censurava contenuti e il nuovo sistema permette di limitare gli effetti di questa censura?
Twitter ha annunciato, in maniera abbastanza trasparente, che risponderà in maniera positiva alle richieste dei singoli paesi in merito alla censura dei tweets considerati illegali per le leggi di quello specifico Stato. La decisione ha scatenato un grande dibattito sulla rete e moltissima confusione.
Non sarà una vera e propria rimozione totale, in quanto il nuovo sistema di filtraggio di Twitter funzionerà in base alla provenienza geografica del singolo account, e segnalerà a tutti gli utenti se e quando un certo tweet verrà censurato per violazione della legge delle leggi interne di uno Stato.
Facciamo un semplice esempio:
- un qualunque account twitter registrato come ‘italiano’ segnala una notizia;
- il contenuto di questo tweet viene ritenuto in violazione delle norme sul diritto d’autore italiano e viene segnalato a Twitter;
- a seguito di questa ‘valida segnalazione’ (qui si potrà poi discutere sui requisiti che vadano a rappresentarla) il tweet viene segnato come rimosso per violazione delle leggi italiane;
- le tweet line degli utenti registrati come ‘italiani’ non vedono più il contenuto del tweet, ma solo la segnalazione della rimozione;
- lo stesso tweet rimane però visibile integralmente in TUTTO il resto del mondo.
Tutto ciò non ha nulla di nuovo. Twitter sino ad oggi ha già censurato circa 4000 tweets (qui si può trovare il dettaglio dei tweets rimossi e le relative richieste e motivazioni) al fine di rispettare la normativa sul copyright vigente in America (il DMCA) – quindi la comunicazione del social network (attenzione questo NON è al momento un vero e proprio update della policy aziendale) non cambia granché la situazione, la rende solo più evidente e palese a tutti.
Di questa situazione (già esistente da tempo) quasi nessuno ne aveva parlato; quasi nessuno considera inoltre come ora Twitter può segnalare pubblicamente ai propri utenti che vi sono delle ‘pressioni’ da parte dei governi, affinché le proprie leggi (giuste o sbagliate che siano) vengano rispettate.
Come si conciliano i parametri politico-culturali dei diversi paesi in cui è presente Twitter con i diritti di libertà d’informaizione sanciti a livello internazionale?
Sicuramente la soluzione di filtraggio geolocalizzato attuata da Twitter (per non parlare dei meccanismi di censura previsti da Google in determinati paesi c.d. ‘delicati’) è una soluzione, NON la soluzione perfetta.
Rimane comunque una scelta che permette ad una azienda privata e totalmente dedita al profit, di garantire una certa libertà di espressione ai propri utenti (seppur alle volte limitata o meglio rispettosa delle singole leggi nazionali) piuttosto che essere soggetta all’oscuramento totale della piattaforma in quei Paesi dove gli utenti violano ripetutamente le normative interne.
È chiaro come in alcuni Paesi esistano legislazioni che limitano moltissimo la libertà d’informazione, ma NON è il compito di aziende private e profit come Twitter, far rispettare la libertà di informazione laddove questa non viene concessa.
Tanto più che con un semplice escamotage (basta cambiare il paese di registrazione dell’account), tale ‘censura’ può essere facilmente aggirata, diffondendo i propri messaggi liberamente.
Quindi Twitter da una parte renderà pubbliche nel mondo le censure che opera, ma dall’altro potrà operare anche in quei paesi dove non c’è libertà d’informazione. A questo punto la domanda è: meglio che Twitter venga bloccato nei paesi autoritari, o che vi possa operare anche se censurando alcuni contenuti?
Personalmente ritengo Twitter UNO degli strumenti presenti sul web per diffondere informazioni e notizie. Non è l’unico e non è perfetto, ma ha aiutato e aiuterà le persone ad informarsi di più e meglio.
Preferisco un sistema che mi aiuti a diffondere il mio pensiero in tutto il mondo censurandomi eventualmente in maniera parziale (se sto violando qualche legge – ripeto buona o cattiva che sia sempre legge rimane, Internet non è un mondo a parte), rispetto alla sua chiusura totale.
Ritieni che Twitter debba fare un passo indietro, rivedendo la sua posizione. Se sì, come?
A mio avviso Twitter è stato abbastanza trasparente con i propri utenti, ora servono ancora più informazioni. Ad esempio:
- chi potrà segnalare e richiedere la censura di un determinato tweets?
- la censura sarà preventiva o successiva?
- in caso di rivolte e di mancanza di un governo stabile (vedi i recenti avvenimenti in Africa), come si comporterà Twitter?
Insomma Twitter ha intrapreso la strada della trasparenza; ora deve far capire meglio il sistema di filtraggio. Se le cose rimarranno invece allo stato attuale, saremo tutti liberi di prendere e cambiare social network o metodo di diffusione delle nostre notizie.
Non santifichiamo e non demonizziamolo Twitter; consideriamolo per quello che è: un semplice strumento privato e commerciale.
[Intervista pubblicata sul sito di Agorà Digitale]
Copyright vs Privacy: un panopticon digitale?
Internet voleva essere una zona libera, la legge doveva rimanere fuori..si diceva che se il Governo non l’avesse regolamentata avrebbe funzionato meglio.
“Dichiarazione di Indipendenza del Ciberspazio” di J.P. Barlow:
“[G]overni del mondo industriale, voi stanchi giganti di uomini e acciaio, io vengo dal Ciberspazio, la nuova dimora della mente. In nome del futuro, chiedo a voi del passato di lasciarmi in pace. Non siete benvenuti tra noi. Non avete alcuna sovranità sui luoghi in cui ci ritroviamo. Non abbiamo alcun governo eletto, né siamo propensi ad averne uno, pertanto mi rivolgo a voi senza maggiore autorità di quella con cui la libertà stessa sempre si esprime. Io dichiaro che lo spazio sociale globale che stiamo edificando sia naturalmente indipendente dalla tirannide che voi cercate di imporci. Non avete alcun diritto morale di governarci né possedete alcun metodo di imposizione di cui dovremmo avere reale motivo di temere” .
Il concetto di “Net Neutrality”, inteso come quel principio secondo il quale tutti gli utenti di Internet dovrebbero essere uguali e trattati allo stesso modo, è ampiamente condivisibile.
E’ però incontestabile che la rete Internet ha cambiato il modo in cui le informazioni, i film, la musica e i software sono distribuiti..e di conseguenza anche il modo in cui gli utenti possono violare il copyright di tali opere.
In contrapposizione alla visione libertaria della regolamentazione di Internet, esiste quell’approccio autoritario che prevede censura delle informazioni, discriminazione degli utenti, limitazione all’utilizzo di social network in determinati ambienti pubblici o lavorativi, utilizzo di M.T.P. per individuare gli utenti della rete, ed organismi pubblici o privati ai quali delegare compiti di investigazione, anche preventiva, del traffico web.
Un compromesso tra queste due opposte visioni è però necessario. Le leggi sono indispensabili per mantenere un certo ordine anche nel mondo virtuale, ma le libertà non possono essere limitate in maniera arbitraria, soprattutto se in questo modo si permette ai titolari di copyright intrusioni eccessive nella vita privata degli utenti della rete in nome di pretese violazioni di tali diritti.
Pericoloso sarebbe però garantire anonimato perfetto a questi utenti, in quanto sebbene questo possa essere essenziale per la libertà di espressione, permette al tempo stesso di avere una sorta di impunità nelle azioni, il c.d. lato oscuro dell’anonimato:
“[F]inché un uomo resta in un villaggio di campagna, la sua condotta può essere sorvegliata, e può essere costretto egli stesso a sorvegliarla. In questa situazione, e solo in questa situazione, può avere ciò che viene definita una reputazione da perdere. Ma non appena va in una grande città, sprofonda nell’oscurità e nella malvagità. La sua condotta non viene osservata e accudita da nessuno, e perciò è probabile che la trascuri egli stesso, e che si abbandoni a ogni bassa dissolutezza e ai vizi” .
In questa analisi – quel genio di Adam Smith - osserva come gli individui si comportino in maniera differente se possono farlo in modo completamente anonimo; in una grande città, come la rete Internet, le persone diventano un volto nella folla e raggiungono un livello di anonimato che li induce ad essere meno responsabili della propria condotta.
E proprio grazie all’anonimato che Internet offre, le persone si sentono libere di guardare in streaming o scaricare file protetti da copyright senza nessun rimorso, cosa che NON farebbero mai se le loro generalità fossero pubbliche.
Il problema è che il termine anonimato in realtà nel mondo del web NON può esistere, tutto e tutti sono tracciabili: la tecnologia permette ogni cosa, MA allo stesso tempo ci rende visibili.
Negli ultimi anni crescente è l’impiego delle tecnologie per tenere sotto controllo le attività che si compiono in rete, un fenomeno che alcuni studiosi hanno identificato come una versione digitale del panopticon di Jeremy Bentham.
Nella sua versione tradizionale, l’idea alla base del panopticon è quella di un carcere dove – grazie alla forma radiocentrica dell’edificio, unita ad alcuni accorgimenti architettonici e tecnologici – un guardiano unico può osservare tutti i prigionieri in ogni momento.
Quest’ultimi NON devono essere in grado di stabilire se sono o meno osservati, causando in loro la percezione di un controllo continuo da parte del guardiano e portandoli all’osservanza costante delle regole, come se fossero SEMPRE osservati.
Secondo Bentham questo è un nuovo modo per ottenere potere della mente sulla mente, modellando il nostro comportamento e finendo con l’agire sempre e comunque come se si fosse osservati.
La memoria della società digitale globale odierna è qualcosa che può causare danni enormi rispetto al panopticon, poiché TUTTO quello che diciamo e facciamo sul web viene memorizzato, moltiplicato innumerevoli volte, e reso accessibile da chiunque nel futuro.
La conseguenza di tutto ciò dovrebbe essere un panopticon che tiene sotto controllo, un guardiano che NON si vede MA che osserva sempre e che limita alcune attività.
Questo ha un effetto positivo e uno negativo: il primo in quanto avendo la percezione di essere controllati, teoricamente ci si dovrebbe limitare nel compiere attività illegali o contrarie ai valori morali; il secondo effetto potrebbe farci però diventare ipercauti nell’esprimere le nostre opinioni, limitando così indirettamente la libertà d’espressione.
Streaming illegale, siamo davvero alla fine?
E così dopo la Francia anche l’America “scopre” il fenomeno dello streaming selvaggio. Victoria Espinel, l’esperta cyberzarina voluta dal Presidente Obama, tuona: “Lo streaming dei contenuti si deve considerare al pari di un vero crimine”. Queste parole arrivano dopo l’ultimo chiaro e pesantissimo documento targato U.S. Intellectual Property Enforcement Coordinator, che contiene le ultime proposte per la modifica delle leggi sulla proprietà intellettuale statunitense (qui potete trovare il testo completo).
La riproduzione non autorizzata e la distribuzione di opere protette da copyright è gia oggi ovviamente un reato, ma per quanto riguarda il flusso non autorizzato di contenuti protetti da copyright in streaming, le normative statunitensi (per non parlare di quelle italiane) non sono molto chiare. Nel documento proposto al Congresso, è più volte ribadito come download e streaming hanno il medesimo fine, violare i diritti garantiti dal copyright in capo ai legittimi proprietari, e di conseguenza devono essere equiparati nelle conseguenze.
Non poteva essere più d’acccordo Bob Pisano, presidente della MPAA (Motion Picture Association of America), secondo il quale è necessario colmare il divario giuridico tra due metodi che hanno la medesima indole illegale, nuove leggi che portino chiarezza al diritto di proprietà intellettuale gioveranno a tutti. In linea di massima si potrebbe anche essere d’accordo che download e streaming di contenuti protetti da normative sul copyright siano da equiparare in quanto a sanzioni, il problema semmai è come queste violazioni verranno in caso accertate: quali poteri si vorrebbero conferire agli organi di controllo federali?
Via | Torrentfreak
Foto | Flickr
Il punto sulla Privacy nell’era digitale: intervista all’Avv. Fabiano
Centinaia sono i post che tutti i giorni vengono scritti con riguardo al tema della privacy nel mondo digitale, sui pericoli che ne possono derivare e sulle eventuali soluzioni future. Poche persone possono però affermare di comprendere realmente cosa ciò rappresenti, fornendo un quadro chiaro e attuale. Una di queste è sicuramente l’Avv. Nicola Fabiano specialista in diritto civile, consulente ed esperto di privacy e diritto delle nuove tecnologie, impegnato a livello europeo ed internazionale – al quale oggi poniamo 6 importanti domande.
1) Cos’è e in quali modi si può realizzare il furto di identità digitale? Quali possono essere le conseguenze di questo tipo di furto?
Ogni soggetto che accede ad Internet acquisisce una identità digitale (eID) al pari di come accade nel mondo reale. Il furto d’identità digitale si realizza quando qualcuno sottrae ed utilizza (ovviamente per scopi illeciti) le informazioni dell’identità digitale di un soggetto. In realtà, giuridicamente parlando, non esiste nel nostro ordinamento (sebbene sull’argomento ci siano progetti di legge in corso di esame in Parlamento) un’ipotesi di ‘furto d’identità’, posto che il codice penale fa riferimento unicamente alla sostituzione di persona prevista dall’art. 494.
L’espressione furto d’identità è stata recepita dall’esperienza americana dove il fenomeno dell’ ‘identity theft’ è molto diffuso. Le tipologie di furto d’identità sono molteplici: ghosting, criminal identity theft, medical identity theft, identity cloning, financial identity theft, syntetic identity theft, ecc. Le conseguenze possono essere: frodi finanziarie, frodi creditizie, commissioni di reati, terrorismo, immigrazioni illegali, ecc.
Continua a leggere: Il punto sulla Privacy nell’era digitale: intervista all’Avv. Fabiano
Centinaia sono i post che tutti i giorni vengono scritti con riguardo al tema della privacy nel mondo digitale, sui pericoli che ne possono derivare e sulle eventuali soluzioni future. Poche persone possono però affermare di comprendere realmente cosa ciò rappresenti, fornendo un quadro chiaro e attuale. Una di queste è sicuramente l’Avv. Nicola Fabiano specialista in diritto civile, consulente ed esperto di privacy e diritto delle nuove tecnologie, impegnato a livello europeo ed internazionale – al quale oggi poniamo 6 importanti domande.
1) Cos’è e in quali modi si può realizzare il furto di identità digitale? Quali possono essere le conseguenze di questo tipo di furto?
Ogni soggetto che accede ad Internet acquisisce una identità digitale (eID) al pari di come accade nel mondo reale. Il furto d’identità digitale si realizza quando qualcuno sottrae ed utilizza (ovviamente per scopi illeciti) le informazioni dell’identità digitale di un soggetto. In realtà, giuridicamente parlando, non esiste nel nostro ordinamento (sebbene sull’argomento ci siano progetti di legge in corso di esame in Parlamento) un’ipotesi di ‘furto d’identità’, posto che il codice penale fa riferimento unicamente alla sostituzione di persona prevista dall’art. 494.
L’espressione furto d’identità è stata recepita dall’esperienza americana dove il fenomeno dell’ ‘identity theft’ è molto diffuso. Le tipologie di furto d’identità sono molteplici: ghosting, criminal identity theft, medical identity theft, identity cloning, financial identity theft, syntetic identity theft, ecc. Le conseguenze possono essere: frodi finanziarie, frodi creditizie, commissioni di reati, terrorismo, immigrazioni illegali, ecc.
Continua a leggere: Il punto sulla Privacy nell’era digitale: intervista all’Avv. Fabiano
Il punto su ACTA: dove siamo
ACTA l’acronimo che spaventa da 6 anni. In principio se ne iniziò a discutere al The First Global Congress to Combat Counterfeiting tenutosi nel maggio del 2004 a Bruxselles. Il 23 ottobre 2007 gli USA svelarono al mondo intero il progetto dell’Anti Counterfeiting Trade Agreement al quale avrebbero partecipato l’Unione Europa, il Giappone, la Korea del Sud, il Messico, la Svizzera ed il Canada (questo il comunicato diramato dall’Unione Europea).
Alcuni paesi come l’Australia decisero invece di attuare la giustissima politica dell’ Ask First lanciando una consultazione pubblica (precisamente il 15 novembre del 2007) per decidere se partecipare o meno ad ACTA. La consultazione pubblica proposta dal governo australiano ispirò negli anni a venire molti altri governi a fare lo stesso; due paesi su tutti, USA nel febbraio del 2008 e Canada dell’aprile dello stesso anno (per tutti i passi fatti da ACTA negli anni vi rimando alla timeline iniziale del prof. Geist).
Il 15 aprile del 2008 sempre a Bruxelles l’European Council of Ministers decise di fare sul serio proponendo negoziati seri e costanti per giungere a breve ad un documento condiviso. Dal 2008 ad oggi decine sono state le riunioni, i comitati, i congressi e molti di questi steps sono da sempre avvolti da segretezza (qui un post di Gianluca sul tema). Tante e diverse sono state poi le perplessità sulla poca trasparenza che questo rivoluzionario accordo dovrebbe portare al mondo del web, anche da parte dello stesso Parlamento Europeo.





