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"Non si vince mai se si combatte contro il futuro: il futuro vince sempre" – Jeff Bezos

Internet in Costituzione serve davvero? Ecco l’opinione di 5 giuristi

E’ passato un mese da quando durante l’I.G.F. di Roma (Internet Governance Forum) il Prof. Rodotà ha lanciato la ‘proposta’ di aggiungere alla nostra Costituzione l’art. 21-bis, con il fine di far assurgere internet a principio costituzionale. Vista l’autorevolezza del Prof. Rodotà e la centralità che il mezzo internet ha ottenuto nella società moderna, si sono levate diverse e distinte reazioni nel mondo giuridico e non.

Partiamo dal possibile testo di questo articolo: “Tutti hanno diritto di accedere alla rete internet, in condizione di parità, con modalità tecnologicamente adeguate e che rimuovano ogni ostacolo di ordine economico e sociale“. Il punto centrale della proposta dell’ex Garante della privacy è quindi il problema del c.d. digital divide, il cui superamento dovrebbe essere posto totalmente a carico dello Stato. Questo significa essenzialmente due cose:

1) lo Stato sarebbe obbligato ad intervenire per eliminare le eventuali carenze strutturali che impediscano un paritario accesso alla rete nel caso in cui gli operatori della rete (che ricordiamo sono delle aziende, non degli enti caritatevoli e di conseguenza mirano al profitto) non ritengano conveniente investire;

2) lo Stato in conseguenza di quest’obbligo dovrebbe decidere a priori entro quali limiti circoscrivere questo servizio.

Quello che è doveroso ricordare è che ci sono già due articoli della nostra Costituzione che garantiscono, seppur in modo non direttissimo, il libero accesso ad internet dei cittadini italiani. Andiamo quindi ad analizzarli brevemente: l’art. 3 dice che “la Repubblica italiana deve RIMUOVERE TUTTI GLI OSTACOLI di ordine economico e sociale che limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese“. E’ ora chiaro a tutti che nella nostra società se non puoi utilizzare (per i più disparati usi) la rete internet sei enormemente sfavorito rispetto a chi può fruirne, sia a livello di relazioni personali che lavorative.

Il secondo articolo da analizzare è l’art. 21, il quale sancisce che: “tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e OGNI ALTRO MEZZO DI DIFFUSIONE“. E’ palese anche in questo caso come quel ‘ogni altro mezzo di diffusione’, può benissimo ricomprendere tutte quelle nuove forme di comunicazione che si sono sviluppate dal 1947 ad oggi, e quindi anche la rete internet.

La mia opinione è che l’accesso ad internet sia già tutelato dalla Costituzione, un suo riconoscimento ulteriore e diretto non cambierebbe nulla nei nostri diritti di cittadini italiani. Il problema vero non è un riconoscimento costituzionale esplicito, il problema vero è il digital divide, il poter fornire a tutti le stesse possibilità di relazionarsi nel mondo della rete. Questo putroppo non si risolve con l’inserimento di un nuovo articolo in Costituzione. Diverso discorso si può fare se la proposta di Rodotà è stata lanciata per attirare l’attenzione sul problema dell’arretratezza tecnologica di parte dell’Italia, per far discutere e tenere alta l’attenzione su questo tema così fondamentale per il futuro di tutti.

Ma i giuristi attivi in rete che ne pensano? Quali sono i pro e i contro di un tale intervento legislativo? E’ opportuna una proposta del genere? Lo abbiamo chiesto anche tramite Twitter (usiamolo questo splendido social network) a 5 noti giuristi 2.0.

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