Copyright vs Privacy: un panopticon digitale?

Internet voleva essere una zona libera, la legge doveva rimanere fuori..si diceva che se il Governo non l’avesse regolamentata avrebbe funzionato meglio.

Dichiarazione di Indipendenza del Ciberspazio” di J.P. Barlow:

“[G]overni del mondo industriale, voi stanchi giganti di uomini e acciaio, io vengo dal Ciberspazio, la nuova dimora della mente. In nome del futuro, chiedo a voi del passato di lasciarmi in pace. Non siete benvenuti tra noi. Non avete alcuna sovranità sui luoghi in cui ci ritroviamo. Non abbiamo alcun governo eletto, né siamo propensi ad averne uno, pertanto mi rivolgo a voi senza maggiore autorità di quella con cui la libertà stessa sempre si esprime. Io dichiaro che lo spazio sociale globale che stiamo edificando sia naturalmente indipendente dalla tirannide che voi cercate di imporci. Non avete alcun diritto morale di governarci né possedete alcun metodo di imposizione di cui dovremmo avere reale motivo di temere” .

Il concetto di “Net Neutrality”, inteso come quel principio secondo il quale tutti gli utenti di Internet dovrebbero essere uguali e trattati allo stesso modo, è ampiamente condivisibile.

E’ però incontestabile che la rete Internet ha cambiato il modo in cui le informazioni, i film, la musica e i software sono distribuiti..e di conseguenza anche il modo in cui gli utenti possono violare il copyright di tali opere.

In contrapposizione alla visione libertaria della regolamentazione di Internet, esiste quell’approccio autoritario che prevede censura delle informazioni, discriminazione degli utenti, limitazione all’utilizzo di social network in determinati ambienti pubblici o lavorativi, utilizzo di M.T.P. per individuare gli utenti della rete, ed organismi pubblici o privati ai quali delegare compiti di investigazione, anche preventiva, del traffico web.

Un compromesso tra queste due opposte visioni è però necessario. Le leggi sono indispensabili per mantenere un certo ordine anche nel mondo virtuale, ma le libertà non possono essere limitate in maniera arbitraria, soprattutto se in questo modo si permette ai titolari di copyright intrusioni eccessive nella vita privata degli utenti della rete in nome di pretese violazioni di tali diritti.

Pericoloso sarebbe però garantire anonimato perfetto a questi utenti, in quanto sebbene questo possa essere essenziale per la libertà di espressione, permette al tempo stesso di avere una sorta di impunità nelle azioni, il c.d. lato oscuro dell’anonimato:

“[F]inché un uomo resta in un villaggio di campagna, la sua condotta può essere sorvegliata, e può essere costretto egli stesso a sorvegliarla. In questa situazione, e solo in questa situazione, può avere ciò che viene definita una reputazione da perdere. Ma non appena va in una grande città, sprofonda nell’oscurità e nella malvagità. La sua condotta non viene osservata e accudita da nessuno, e perciò è probabile che la trascuri egli stesso, e che si abbandoni a ogni bassa dissolutezza e ai vizi” .

In questa analisi – quel genio di Adam Smith – osserva come gli individui si comportino in maniera differente se possono farlo in modo completamente anonimo; in una grande città, come la rete Internet, le persone diventano un volto nella folla e raggiungono un livello di anonimato che li induce ad essere meno responsabili della propria condotta.

E proprio grazie all’anonimato che Internet offre, le persone si sentono libere di guardare in streaming o scaricare file protetti da copyright senza nessun rimorso, cosa che NON farebbero mai se le loro generalità fossero pubbliche.

Il problema è che il termine anonimato in realtà nel mondo del web NON può esistere, tutto e tutti sono tracciabili: la tecnologia permette ogni cosa, MA allo stesso tempo ci rende visibili.

Negli ultimi anni crescente è l’impiego delle tecnologie per tenere sotto controllo le attività che si compiono in rete, un fenomeno che alcuni studiosi hanno identificato come una versione digitale del panopticon di Jeremy Bentham.

Nella sua versione tradizionale, l’idea alla base del panopticon è quella di un carcere dove – grazie alla forma radiocentrica dell’edificio, unita ad alcuni accorgimenti architettonici e tecnologici – un guardiano unico può osservare tutti i prigionieri in ogni momento.

Quest’ultimi NON devono essere in grado di stabilire se sono o meno osservati, causando in loro la percezione di un controllo continuo da parte del guardiano e portandoli all’osservanza costante delle regole, come se fossero SEMPRE osservati.

Secondo Bentham questo è un nuovo modo per ottenere potere della mente sulla mentemodellando il nostro comportamento e finendo con l’agire sempre e comunque come se si fosse osservati.

La memoria della società digitale globale odierna è qualcosa che può causare danni enormi rispetto al panopticon, poiché TUTTO quello che diciamo e facciamo sul web viene memorizzato, moltiplicato innumerevoli volte, e reso accessibile da chiunque nel futuro.

La conseguenza di tutto ciò dovrebbe essere un panopticon che tiene sotto controllo, un guardiano che NON si vede MA che osserva sempre e che limita alcune attività.

Questo ha un effetto positivo e uno negativo: il primo in quanto avendo la percezione di essere controllati, teoricamente ci si dovrebbe limitare nel compiere attività illegali o contrarie ai valori morali; il secondo effetto potrebbe farci però diventare ipercauti nell’esprimere le nostre opinionilimitando così indirettamente la libertà d’espressione.

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